Sul tavolino del salotto, accanto a una tazza di caffè dimenticata, c’è una pila di volumi con la copertina rivolta verso l’alto: romanzi mai aperti, saggi comprati per curiosità, manuali lasciati a metà. Quella scena è familiare in molte case, dalle stanze di studenti alle abitazioni di chi lavora in smart working. Dietro l’immagine c’è una parola giapponese che descrive il fenomeno: tsundoku. Non è solo accumulo; è un comportamento che intreccia desiderio, tempo e spazio domestico e racconta qualcosa di concreto sulle nostre abitudini di consumo culturale.
Cos’è lo tsundoku e perché riguarda molti di noi
Il termine nasce in Giappone tra Ottocento e Novecento e indica chi compra libri più velocemente di quanto riesca a leggerli. Oggi il fenomeno è diffuso anche in Italia e in altre aree urbane, dove l’offerta libraria cresce e gli acquisti online semplificano la raccolta di volumi. Accumulare e rimandare sono i due poli della parola: accumulo fisico di copie e procrastinazione della lettura. Questo spiega perché i libri possono finire su sedie, terrazze o in pile instabili sul pavimento.
Dietro al gesto ci sono motivazioni diverse: curiosità intellettuale, voglia di appartenere a una comunità di lettori, oppure semplice piacere estetico. Un dettaglio che molti sottovalutano è la componente sensoriale: la copertina, la grammatura della carta, l’odore di pagine nuove possono diventare parte dell’esperienza d’acquisto. Oggetto‑libro diventa così un simbolo di interessi futuri, più che un testo immediatamente consumato.
In città, dove le librerie indipendenti convivono con grandi catene e piattaforme digitali, la disponibilità di nuovi titoli alimenta il circuito dello tsundoku. Curiosità e offerta si incrociano, e per questo la situazione non è necessariamente negativa: spesso significa che la voglia di conoscere resta viva, anche se il tempo per leggere è limitato.

Perché essere tsundoku non è per forza un problema
Osservare una pila di libri non letti non deve subito trasformarsi in autocritica. Per molti, lo tsundoku è espressione di una passione per la conoscenza: acquistare è un modo per segnare interessi, costruire un percorso di lettura che può avviarsi in momenti diversi della vita. Chi ama i libri tende a considerare la propria collezione come un archivio personale, non come un fallimento nel completare ogni titolo.
Un aspetto pratico è la funzione simbolica del libro: regalare o ricevere un volume ha valore affettivo e sociale. In molte case italiane, lo scaffale con volumi non letti rappresenta una mappa di progetti e idee, più che disordine. Un fenomeno che in molti notano nelle grandi città è la convivenza di spazi ridotti con grandi biblioteche domestiche: il compromesso tra spazio vitale e desiderio di collezionare richiede scelte consapevoli.
Se gestito senza pressione, lo tsundoku può stimolare la curiosità e mantenere attiva la ricerca personale. Un approccio utile è considerare la pila come una lista di possibilità: segnare priorità su un foglio o tenere un’agenda di lettura aiuta a trasformare il desiderio in azione, senza togliere il piacere dell’oggetto‑libro. Anche la semplice rotazione dei volumi nello spazio domestico può cambiare la percezione e invitare alla lettura.
Quando lo tsundoku diventa complicato
Accumulo non letto può però sfociare in disagio. La forma più comune è l’ansia che nasce nel vedere la pila crescere; alla base spesso c’è la FOMO, la paura di perdersi titoli e conversazioni culturali. Quando la pressione sociale spinge all’acquisto compulsivo, il rapporto con i libri smette di essere piacevole e diventa fonte di stress. Questo avviene soprattutto quando lo spazio domestico è limitato e il clutter impatta sulla vita quotidiana.
Per riprendere il controllo servono strumenti semplici e pratici: annotare i libri letti e quelli acquistati su un quaderno o un’app, stabilire un limite mensile di acquisti, o destinare una parte della collezione alla biblioteca locale. Un dettaglio che molti sottovalutano è l’effetto benefico del donare: cedere volumi inutilizzati a una biblioteca o a uno scambio tra amici libera spazio e dà valore alle storie che non si hanno tempo di leggere.
Se il problema assume connotati più profondi — senso di colpa persistente, accumulo che interferisce con lo spazio vitale — può essere utile parlarne con qualcuno di fiducia o semplicemente fare un inventario chiaro. Stabilire poche regole domestiche, come una mensola dedicata ai ‘da leggere’ o una rotazione trimestrale, aiuta a ritrovare equilibrio. Alla fine, le pile di libri restano un ritratto delle nostre curiosità: una cartografia personale che, se gestita, può trasformarsi in risorsa invece che in ingombro.
