Studio rivela: l’aloe arborescens riduce i segnali tumorali nel fegato, i nuovi risultati

Studio rivela: l’aloe arborescens riduce i segnali tumorali nel fegato, i nuovi risultati

Alessandra Perrone

Novembre 24, 2025

In una stanza di laboratorio, sotto una luce fredda, tecnici contano noduli sul fegato di piccoli animali: alcuni campioni mostrano tessuto danneggiato, altri appaiono meno compromessi. È questa la scena che ha aperto una ricerca sul potenziale effetto antitumorale di un estratto di aloe, dove uno sguardo microscopico ha fatto emergere cambiamenti biologici concreti. Lo studio indaga una frazione specifica della pianta e suggerisce un possibile percorso di studio, ma senza promettere soluzioni immediate ai pazienti.

Frazione, composizione e modello sperimentale

La ricerca ha isolato e caratterizzato una porzione polare della pianta, indicata come Aloe arborescens AAG, e l’ha standardizzata con tecniche analitiche approfondite come HPLC-PDA-MS/MS. L’analisi chimica ha evidenziato la presenza prevalente di saponine e antrachinoni, insieme ad altre classi di composti tipiche dell’aloe. I ricercatori hanno scelto un modello animale di carcinoma indotto chimicamente: la sostanza usata per scatenare la malattia è la DEN, nota per provocare lesioni epatiche che evolvono in tumore.

Due dosi per via orale, 10 e 20 mg/kg, sono state somministrate in parallelo all’agente carcinogeno per osservare l’effetto della frazione glicosidica. Gli esami hanno incluso valutazioni istologiche delle aree di tessuto alterato, misurazioni di biomarcatori plasmatici e indagini sull’espressione genica legata a matrice extracellulare e crescita tumorale. In particolare, i profili genici hanno considerato il rapporto tra fattori che regolano la degradazione della matrice e i loro inibitori, come TIMP1, insieme ad altri indici di aggressività tumorale.

Un dettaglio che molti sottovalutano: standardizzare un estratto vegetale richiede procedure riproducibili e controllo delle variabili, un aspetto che spesso manca nelle prove non controllate. Lo studio, pur su modello animale, punta a mettere ordine tra componenti chimiche e possibili effetti biologici, preparando il terreno per step successivi nella ricerca clinica.

Studio rivela: l’aloe arborescens riduce i segnali tumorali nel fegato, i nuovi risultati
Foglia di aloe tagliata a metà rivela il gel interno, base degli studi sugli effetti antitumorali nel fegato. – distrettododicivallesabbia.it

Effetti rilevati e impatto sui meccanismi tumorali

I risultati descrivono una riduzione della dimensione e del numero di aree cancerose nel fegato degli animali trattati con la frazione AAG. A livello molecolare si è osservata una modulazione dell’espressione di geni coinvolti nella rimodellazione tissutale e nella progressione tumorale: l’attività di MMP9 è apparsa attenuata mentre segnali di controllo come TIMP1 risultavano modificati in modo favorevole. Contestualmente, marcatori di proliferazione cellulare come Ki67 hanno mostrato una diminuzione, segno di una minore replicazione delle cellule neoplastiche.

Gli autori hanno segnalato anche una riduzione di indicatori di infiammazione e di stress ossidativo, processi che spesso alimentano la crescita tumorale; inoltre si è registrata una minore attivazione di vie di segnalazione associate alla progressione, inclusa la regolazione di TGF-β1. Nel complesso, l’estratto ha combinato effetti antinfiammatori, antiossidanti e antiproliferativi, rallentando diversi percorsi che sostengono il tumore.

Un aspetto che sfugge a chi non lavora in laboratorio è quanto la consistenza statistica e la ripetibilità contino: risultati promettenti in pochi esemplari devono essere confermati su ampie coorti animali e infine in studi clinici. La pubblicazione, a firma di un gruppo internazionale e apparsa su una rivista di fitoterapia, sottolinea il potenziale ma rimarca la natura preclinica dell’evidenza.

Cosa cambia per la pratica clinica e la ricerca futura

L’uso dell’aloe in ambito fitoterapico è noto: molte specie, tra cui l’Aloe arborescens e l’Aloe vera, sono spesso impiegate per proprietà lassative, cicatrizzanti o antinfiammatorie. Tuttavia, passare da un effetto osservato in modello animale a una terapia umana richiede studi clinici controllati, valutazioni di sicurezza, farmacocinetica e possibili interazioni con altre terapie. È importante ricordare che estratti contenenti composti come le saponine possono avere effetti sistemici e non sono privi di rischi.

Dal punto di vista epidemiologico, il tumore al fegato e altri carcinomi rimangono patologie complesse con cause multifattoriali: fattori genetici, esposizioni ambientali, infezioni e stili di vita concorrono al rischio. Le opzioni terapeutiche attuali includono chirurgia, chemioterapia e radioterapia, supportate da programmi di prevenzione e screening; la ricerca botanica può offrire spunti, ma non sostituisce i percorsi clinici consolidati.

Un dettaglio che molti trascurano è la diffusione domestica delle piante di aloe in Italia e altrove: avere una pianta sul balcone non equivale a una terapia, e l’autoprescrizione di integratori può essere pericolosa. Per questo motivo, ogni uso a scopo terapeutico deve essere valutato da specialisti e inserito in contesti di ricerca clinica controllata, prima di pensare a qualsiasi applicazione su persone.